Michelangelo, mostrare l’invisibile di Sandro Giometti

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Arte, Biblioteca, Letteratura

In questo numero vorremo proporvi un breve saggio: “Michelangelo, mostrare l’invisibile” di Sandro Giometti, un testo interessante tanto quanto denso di informazioni e dati specifici, elaborati per trovare la dimostrazione concreta della tesi proposta dall’autore.

Nel suo libro, Giometti instilla nel lettore una serie di quesiti, che incuriosiscono e supportano i dettagliati esami digitali delle opere michelangiolesche: l’obbiettivo è quello di poter affermare con certezza l’influenza dei caratteri della pittura di Piero della Francesca nell’elaborazione della Madonna di Manchester e la rispondenza tra un ritratto dell’artista in età avanzata e la Pietà Rondanini. Con questo presupposto, il libro, edito in italiano e inglese da Tau Editrice, ripercorre le esperienze personali di uno dei più grandi artisti italiani del Rinascimento, Michelangelo Buonarroti, per rintracciare all’interno di queste opere il medesimo ardore religioso e la stessa matrice neoplatonica che hanno contraddistinto le fasi letterarie e della vita, parallelamente alla ricerca artistica intrapresa dallo stesso Michelangelo. Da questo incipit si comprende la necessità dello studioso (ma anche del lettore) di svelare, di rintracciare un legame tra la morale religiosa e la composizione artistica, tra la spiritualità della fede e la contingenza del tempo.

L’indagine svolta da Giometti inizia analizzando parte degli affreschi raffiguranti l’incontro tra Salomone e la Regina di Saba, realizzati da Piero della Francesca per la chiesa di San Francesco ad Arezzo (1452-1466), per trovarne traccia nella Madonna con bambino, San Giovanni e angeli, detta Madonna di Manchester, realizzata da Michelangelo in età giovanile (1495-1497), oggi conservata presso la National Gallery di Londra. I precisi riferimenti tipologici, alcune riprese stilistiche, ma soprattutto le assonanze compositive che il Buonarroti palesa nella sua opera dimostrano – come afferma l’autore – una certa ammirazione da parte dell’artista di Caprese verso l’operato del borghigiano. Questo atteggiamento era cosa certamente comune nell’ambiente artistico quattrocentesco, come pure la sovrapposizione di nuovi elementi simbolici che caricassero la narrazione pittorica del primo Quattrocento di un valore psicologico e di una sensibilità religiosa, invero tipici del periodo rinascimentale; tuttavia, nel saggio di Giometti, si ravvisano nuovi elementi di studio, con cui leggere le opere di Michelangelo e Piero della Francesca, sovrapponendole e ricalcandone le cifre comuni.

Alla stessa guisa l’approccio, nella seconda parte del testo, al confronto tra l’ultima opera del Buonarroti, la Pietà Rondanini, scolpita dal maestro tra il 1553 e il 1564, anno della sua morte, e il ritratto eseguito da Daniele da Volterra a un Michelangelo ormai anziano. Per tratteggiare questo parallelismo Giometti parte da un fatto di cronaca, la donazione nel 1561 dell’opera a un domestico di Michelangelo, il quale – a morte del maestro sopraggiunta – si impegnò a nasconderla in una fornace per ceramiche, occultandone l’opera dal circuito pubblico fino al 1807, quando venne annoverata tra i beni di proprietà del marchese Giuseppe Rondanini. La spiegazione viene rintracciata dallo studioso quando sostiene, con dovizia di argomentazioni, che il maestro avrebbe ritratto se stesso, vecchio e morente, nel viso di Cristo. Michelangelo, dunque, prendendo a modello il ritratto eseguito da Daniele da Volterra, avrebbe raffigurato il proprio volto in quello appena abbozzato della salma del Cristo sorretto dalla Madonna. L’immedesimazione nella sofferenza del Salvatore, quello stato di immedesimazione profonda che si manifesta come un atto di fede in Cristo, è identificabile, secondo l’autore, nel processo di scavo-smaterializzazione-spiritualizzazione tipico dell’autore. “Da peccatore ad apostolo” – afferma Sandro Giometti – “Michelangelo, nell’ultima fase della sua vita, si immedesimava in San Paolo, ritenendosi anch’egli chiamato dal Signore come apostolo dopo una vita in cui è caduto nell’errore di amare le bellezze umane”. Un atto presuntuoso, quello di Michelangelo, che di certo non avrebbe lasciato inerme la Santa Inquisizione; ecco, dunque spiegato il perché dell’occultamento dell’opera.

In conclusione, il libro di Sandro Giometti è in testo dedicato agli studiosi della materia quanto agli amatori, interessanti a scoprire ciò che le opere possono celare dietro al fascino della loro bellezza e del tempo. Dalla lettura veloce e piacevole, ricca di immagini e di riscontri scientifici, è possibile trarre spunti di riflessione, nuovi punti di vista critici sull’operato del maestro toscano e soprattutto rafforzare la consapevolezza collettiva sulla poliedricità e il genio di Michelangelo Buonarroti.

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