Parigi val bene una piramide

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Architettura, Turismo, Urbanistica

Pensando a Parigi viene in mente la Tour Eiffel, i movimentatissimi Boulevard, Mont-Martre, gli Champs Elysée e il famoso gobbo di Victor Hugo, Disneyland Paris – per alcuni – ma soprattutto il Musée du Louvre: l’essenza della Francia, il libro attraverso cui si leggono le pagine della storia di questa grande nazione, e non solo.

Nel 1190, quando venne eretto da re Filippo Augusto, il Musée su Louvre appariva assai diverso dalla stupenda opera seicentesca che ammiriamo oggi: era a tutti gli effetti una fortezza, il castello fortificato e residenza del re di Francia. Con il passare dei secoli, il Louvre fu distrutto, ricostruito, ammodernato, ampliato dai re che, iniziando da Carlo V, seguito da Francesco I, poi Luigi XIV (il Re sole, consociato per ben altra residenza, Versailles) per finire a Napoleone I, hanno voluto che questo edificio rappresentasse la potenza politica, ma soprattutto culturale, della Francia.

Oggi, visitando il Louvre non siamo più solo affascinati dalla stupende forme pensate dall’architetto seicentesco Claude Perrault, il nostro sguardo, infatti, viene catturato da qualcosa di altrettanto esaltante: la piramide di vetro di Ieoh Ming Pei, nota come Le grand Louvre.

Questo progetto fu commissionato dall’allora Presidente della Repubblica francese, François Mitterrand, con l’idea che dovesse far parte di un più ampio intervento di manutenzione e ampliamento del museo; nonostante le problematiche progettuali e le affilate critiche, nel 1993 si concretizzò l’idea dell’architetto statunitense di origine cinese.

La piramide, nei suoi 21,64 metri di altezza é il frutto di un elaborato studio delle preesistenze e della storia antica e moderna del complesso: concettualmente invisibile, la struttura deve garantire l’accesso al flusso dei turisti, non più supportato dalle tre porte del vecchio edificio, di cui la piramide occupa il centro focale. Proprio l’inadeguatezza dei tradizionali accessi indusse alla necessità di arrivare a una nuova sistemazione e Pei, con la sua creatività, non ha fatto altro che soddisfare questo tipo di utenza. Tuttavia, nonostante le accortezze progettuali e gli studi preliminari, il progetto fu aspramente criticato e additato dalla Commissione Superiore dei Monumenti Storici che lo considerò: “poco affine alla mentalità francese”; fu stroncato dalla stampa che parlò di “casa della morte” e di “accessorio di Disneyland”. Non ultimo Le Figaro parlò di “una nuova battaglia per le piramidi”, in riferimento alla campagna in Egitto di Napoleone Bonaparte. Giornali, storici e critici avanzarono una valutazione da molti considerata gratuita e cieca: il progetto delle piramidi è indubbiamente un elemento nuovo al centro della corte napoleonica, ma è anche il prodotto dell’analisi dei progetti dei Giardini di Le Notre, i cui spazi verdi, rigorosamente quadrangolari, hanno ispirato la forma della base della piramide principale e dei tre lucernari (anch’essi piramidali), geometrici; così come le fontane triangolari che circondano il nuovo edificio. Il giardino, in questo modo, sembra estendersi oltre i suoi limiti, componendo quegli stessi tiranti e vetri dell’eccezionale accesso di Ieogh Ming Pei. Tesi sostenuta e avvalorata dai plastici prodotti dalla studio di architettura Pei, eseguiti per (di)mostrare l’impatto ambientale del nuovo complesso, seguiti poi da un modello in scala 1:1, istallato nell’attuale posizione dell’edifico, per analizzare il rapporto con gli spazi e l’opinione del pubblico.

A questo punto, Parigi si stava convincendo.

Ai lavori per gli scavi delle fondazioni seguirono gli studi sulla totale trasparenza dei vetri: vero e proprio dilemma progettuale, conclusosi con l’intuizione di aggiungere sabbia bianca di Fontainebleau all’impasto, con il risultato che le 793 lastre irregolari sono assolutamente permeabili alla luce.

Una piccola curiosità: periodicamente viene ingaggiata un’equipe di alpinisti per lavare dallo smog i vetri, che altrimenti ci opacizzerebbero. La creatività di questo maestro dell’architettura contemporanea si evince appieno dalla spettacolare rete di tiranti – gli stessi usati per le imbarcazioni dell’American’s Cup – sottili, trasparenti, invisibili che sorreggono tutto il progetto che oggi possiamo, fortunatamente, ammirare al Museo del Louvre.

È a dir poco emozionante, entrare all’interno del museo per messo di questo nuovo atrio ipogeo: scendendo le scale mobili e trovandosi nell’enorme spazio sottostante, sembra di essere esageratamente piccoli in confronto a tutto quello che ti si presenta davanti. Si rimane sbalorditi dall’assoluta trasparenza della struttura di Pei, attraverso la quale si vedono i tetti neri del complesso museale e si scorgono le sculture dietro le finestre, al di là delle tende, rimanendo senza parole da quel turbinio di forme, tutte assolutamente perfette, sotto il luccichio del sole.

Lo spazio scavato nella roccia, oggi ingresso al museo, è somigliante all’organizzazione urbanistica ottocentesca di Place de l’Etoile introdotta da Haussmann: al Louvre, infatti, il centro è segnato dal pilastro di sostegno trangolare d’accesso (inizialmente progettato come piedistallo della Nike di Samotracia), da cui si dipartono radialmente vari percorsi verso la mostra temporanea, la biglietteria, diversi servizi per il pubblico e ovviamente verso uno dei musei più belli del mondo.

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