A Roma, una speranza per Corviale.

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Architettura

Roma. Via Portuense. Sopra un’altura il cemento armato grigio e scrostato ci ricorda che siamo a Corviale. L’enorme stecca, bucata da finestre e balconcini celati dietro tende parasole, è colorata solo dai panni stesi su lunghi fili che passano da una casa all’altra, sempre che non si voglia contare anche le sfumature di grigio e la ruggine dei ferri per le armature.

Progettato nel 1970 da un team di architetti guidati da Mario Fiorentino, su commissione dell’ IACP (Istituito Autonomo Case Popolari), Corviale o meglio Nuovo Corviale doveva rappresentare il primo esempio romano di quartiere satellite, secondo la teoria socio-urbanistica della città satellite affermata e realizzata già in Europa da Le Corbusier in persona. Ma se pensiamo ai brillanti esempi parigini o più propriamente al successo straordinario dell’Unitè d’habitation a Marsiglia firmato niente popo di meno da Le Corbusier, sbagliamo completamente strada per quanto riguarda Corviale.

Il serpentone, così lo chiamano i romani per essere lungo quasi un chilometro, è agghiacciante, forse perché non è mai stato completato, forse perché il materiale usato non è dei più pregiati. Non saprei proprio fare delle considerazioni, fatto sta che l’abbandono, l’abusivismo e il fortissimo degrado fanno di un concetto e soprattutto di un progetto estremamente valido un mostro di architettura moderna. Composto da due stecche di 980 metri e un’altra di 150, conta 1200 appartamenti che, dopo anni di abbandono (dato curioso considerato che le prime case sono state consegnate solo nel 1982), sono soggetti a profonde opere di riqualificazione, ora bisogna solo chiedersi se serviranno a qualcosa e soprattutto se verranno mai messe in atto. Speriamo nel meglio perché è veramente deprimente constatare che una costruzione relativamente recente, progettata su dei saldi presupposti, sortisca esattamente l’effetto contrario!

I due enormi palazzi, uno di fronte all’altro, di nove piani ciascuno sono collegati da ballatoi e cortili interni dove si affacciano case basse (due o tre piani), mentre l’edificio più piccolo si unisce ai due più grandi per mezzo di un ponte, ma è nelle gallerie (da progetto adibite a negozi) che dilaga la baraccopoli, né più né meno evidente del fenomeno di abusivismo negli spazi comuni.

Spesso considerato il simbolo del degrado delle periferie, Corviale avrebbe dovuto ospitare tutti i servizi necessari al quartiere: spazi per la collettività, teatri, uffici comunali e sanitari, centri culturali e biblioteche, mercati e il quarto piano dell’edificio più grande interamente dedicato al commercio, esattamente come aveva teorizzato e in parte realizzato Le Corbusier. Ma dov’ è a Corviale la garanzia di una vita sana in appartamenti areati e illuminati? Dove sono i servizi che, oltre agli abitanti del complesso, avrebbero dovuto persino soddisfare le esigenze del quartiere?

Quando l’insuccesso bussa alla porta è molto semplice dare la colpa alla cattiva gestione amministrativa, ma chi pensa alle condizioni di più di 8000 persone?

Da poco è stata ultimata la stecca centrale dei servizi ed è in via di completamento un mercato coperto, mentre nella stecca più piccola è stato approntato un centro commerciale. “Un piccolo passo…” ci dicono gli addetti ai lavori, noi concludiamo …che speriamo non abbia lo stesso risultato dei tentativi effimeri di portare servizi all’interno di corti e complessi come Laurentino 38, Val Melaina o Tor Sapienza.

© pucitos/Flickr
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