Il Maxxi, impressioni a freddo

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Architettura, Urbanistica

A distanza di qualche anno torno al Museo nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma. Ho visitato il Museo nella sua fase di cantiere e il giorno della sua inaugurazione, riportando le mie impressioni e i fatti di cronaca intessuti intorno al complesso museale dell’Architetto iracheno Zaha Hadid.

A questo punto del mio “viaggio nel mondo dell’Architettura contemporanea” è doveroso concludere con un resoconto su questi ultimi anni di attività del MAXXI. Ricordiamo tutti l’inaugurazione del Museo, nel maggio del 2010, con la mostra di Gino De Dominicis e l’ esposizione monografica dell’Architetto Luigi Moretti, quando le porte dei due volumi di cemento armato, intrecciati dentro e fuori l’ex caserma Montello, si sono aperte davanti a una fila di occhi curiosi e critici. Per questo non è necessario parlare della struttura in calcestruzzo e acciaio distesa in un turbinio di linee morbide e pungenti, tagliate da lame di luce naturale che ne esaltano il pathos formale, né nel moto compulsivo a cui il visitatore è indotto a far parte aggrovigliandosi passando da una sala all’altra, srotolandosi percorrendo lingue di passaggi e scale che sembrano galleggiare in uno spazio bianco fatto di Architettura.
Voglio soffermarmi sulle emozioni. Per un momento l’occhio del tecnico si è chiuso lasciando spazio alla voce delle pareti grigie e lucide, delle scale che a mezz’aria falciano lo spazio in una geometria instabile, conflittuale, ai sussurri della luce che bagna corridoi e sale riflettendosi sulle superfici bianche degli elementi d’arredo… solo il volteggiare in aria di tubi rossi, brillanti, vivi, ci riportano alla realtà di uno spazio conflittuale, instabile, affascinante.

I progetto di Zaha Hadid è ardito, feroce e allo stesso tempo armonioso nell’affrontarsi di graffi di luce e lamiera. Osservando il museo dalla Hall di ingresso si rimane sconcertati, sopraffatti dalla bellezza compositiva dei volumi. Questo poteva essere scontato, visto il calibro della progettista vincitrice del premio Pritzker, altrettanto ovvia non poteva essere la “vita” di questo Museo. Il MAXXI respira della vita dei visitatori che sporcando i pavimenti, parlano, osservano e muta plasmato dal susseguirsi di istallazioni di Arte e Architettura in un programma Culturale ampissimo e vario, forse troppo chiuso dalle scelte della Fondazione omonima che lo gestisce. A 8 anni di distanza e un occhio ormai abituato a quest’organismo autonomo all’interno della città, si notano i difetti, le piccole pecche che è naturale che nascano pensando all’estensione e all’importanza di questo polo museale. Un auditorium troppo piccolo e avulso concettualmente dalla linea stilistica dell’ambiente che lo circonda; la mancanza di un luogo di studio marcatamente (e spazialmente) definito come nucleo teorico dell’Ars Aedificandi interno a un complesso che è Architettura; la chiusura – come abbiamo accennato in precedenza – all’esposizione temporanea libera, l’assenza cioè di un luogo di espressione autogestito che segnerebbe l’ultimo anello di una catena ideale di rapporto tra esterno e interno. Rapporto che invece non viene tradito dallo spazio antistante, un vero spazio urbano, seppur chiuso dai cancelli del museo, intriso del senso proprio dell’area pubblica. Qui le linee spezzate del museo si proiettano nell’area sottostante e prendono la forma di bacini d’acqua, aiuole, sedute: una radura tra alberi di acciaio e pietra. Stilisticamente complesso, non lo si può negare, il MAXXI gode del suo successo non solo per il progetto che indubbiamente ha lasciato parlare di se, ma soprattutto per il nodo culturale che rappresenta, un’Architettura in cui si sviluppa l’Architettura in quanto Arte.

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