La riqualificazione urbana, un strategia per dare vita al passato

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Architettura, Sostenibilità, Urbanistica

I provvedimenti e la legislazione materia di riqualificazione urbana risentono profondamente dei mutamenti prodotti sulla società e sul territorio dalla rivoluzione industriale: si ha un primo significativo aumento della popolazione, cambia la distribuzione degli abitanti sul territorio, in poche parole nasce l’Urbanistica moderna.

Lo spopolamento delle campagne e la concentrazione intorno a nuclei urbani sempre più grandi avvia in Europa e negli Stati Uniti un processo di urbanizzazione che ben presto acquisirà ritmi e dimensioni fino ad allora impensabili: le città cambiano aspetto, crescono conseguentemente allo sviluppo industriale, che richiedeva grandi concentrazioni di manodopera e mercati di consumo. Alla metà del XVII secolo risalgono le prime disordinate espansioni dei sobborghi operai, pensiamo alle “città operaie” inglesi così ben descritte da Charles Dickens e da Gustave Dorè. Dopo l’industrializzazione, il liberalismo dell’economia e i nuovi sistemi di trasporto (nel 1830, grazie a George Stephenson il primo treno per il trasporto pubblico sfreccia tra Manchester e Birmingham, a questo successo dobbiamo una delle più importanti revisioni della legge sugli espropri) sono i principali deterrenti della crescita della città ottocentesca. Il XIX secolo segna un punto fondamentale per le città dei paesi occidentali: il miglioramento delle condizioni sanitarie porta alla diminuzione della mortalità e all’aumento della popolazione, lo spopolamento delle campagne determina la crescita smisurata della maglia urbana, il profitto richiede un miglioramento tecnologico e un aumento di manodopera, tutto questo tradotto in termini urbanistici ha reso commerciabile il suolo in precedenza appartenuto all’aristocrazia e al clero, quindi oggetto di speculazione di una borghesia arrivista e lungimirante che vede nell’infrastrutturizzazione un espediente per l’incremento del valore fondiario degli edifici che si iniziano a costruire senza limiti di superficie e di altezza. In questo momento l’urbanistica abbandona la posizione di distacco dalla realtà sociale ed esce dall’ombra del potere assoluto con uno degli strumenti più belli e completi al servizio del territorio: il Piano Regolatore.

La città come oggi siamo abituati a pensarla nasce quindi in Europa a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo sotto la spinta di tutti quei molteplici fattori, gli stessi che nel 2007 hanno portato il numero della popolazione urbana a superare quello delle campagne: il nostro è il mondo più urbanizzato della storia, anche se non omogeneamente distribuito. La città contemporanea si è rapidamente e irrazionalmente espansa sul territorio circostante senza cercare una qualità o un’espressione peculiare, rappresentandosi piuttosto come un insediamento frattale, atteggiamento quest’ultimo che ha portato al cosiddetto “urban sprawl” in America e alla “città diffusa” in Europa, nient’altro che due facce della stessa medaglia: la dispersione urbana. In tutto questo la deindustrializzazione ha giocato un brutto scherzo al territorio urbano. Inversamente all’industrializzazione, questo fenomeno porta a ridurre o a spostare le industrie pesante e manifatturiera generando una serie di conseguenze socio economiche che si ripercuotono sulla città. Negli anni ’70 del Novecento, iniziano i processi di deindustrializzazione e di riqualifica delle aree industriali attualmente in corso; la città contemporanea è frammentata in quanto riflette le difficoltà di interpretazione della governance politica, che in materia urbanistica acquisisce nuovi equilibri che affermano sempre di più i principi di qualità ambientale e di sviluppo sostenibile. Per far fronte a questo fenomeno, negli anni ’70 del Novecento, si avviarono molti dei processi di riqualificazione delle aree industriali attualmente in corso; la città contemporanea riflette le difficoltà sociali, a cui l’amministrazione tenta di rispondere acquisendo nuovi equilibri fondati sui principi di qualità ambientale e di sviluppo sostenibile. In questo momento divengono concetti chiave la riqualificazione, la pianificazione dei servizi e la tutela e la salvaguardia ambientale; parallelamente nascono enti e organizzazioni, come l’Aipai, l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, impegnati nella valorizzazione e nel recupero delle aree a carattere produttivo. In questo momento divengono concetti chiave per le politiche urbane la riqualificazione, la pianificazione dei servizi e la tutela e la salvaguardia ambientale. La normativa urbanistica vigente in Italia riconosce il ruolo significativo della rigenerazione che attribuisca nuove destinazioni d’uso, in relazioni alla tipologia edilizia e alle relazioni con il contesto urbano, supportando per tanto il recupero delle ex aree industriali che, a seguito del boom economico post bellico, hanno contribuito alla rinascita economica del nostro paese, costituendo oggi un importante tassello nella storia e nell’identità delle città italiane. Per questo, sull’esempio della spettacolare riqualificazione dell’ex bacino industriale della Ruhr a Essen, in Germania, dove il complesso siderurgico e minerario è stato riclassificato a spazio pubblico e a insediamenti di città-giardino, seguendo le regole di bioarchitettura, divenendo dal 2001 patrimonio mondiale Unesco; seguendo il modello del recupero dell’intera città fantasma di Detroit, come pure quello dell’ex centrale elettrica che nel 1981 smise di essere operativa per diventare l’epicentro culturale di Londra con la celebre Tate Modern Gallery, in Italia le esperienze di conversione delle aree industriali in zone ecologie sono sempre più diffuse e capillari.

I mattoni rossi, quelli che contraddistinguevano la “brick town”, la città operaia inglese, sono il simbolo l’architettura industriale otto e novecentesca. In Italia, si trovano a Milano all’Hangar Bicocca, dove venivano prodotte munizioni prima e macchine agricole e ferroviarie poi, nella Fabbrica del Vapore dove la ditta Carminati e Toselli costruiva i tram, nell’eccezionale Crespi d’Adda, l’insediamento industriale costruito interamente dalla famiglia di imprenditori tessili Crespi, il fiore all’occhiello milanese per quanto riguarda la riclassificazione delle aree dismesse a scopi culturali e artistici. E anche in quello che sarebbe stato un vero capolavoro: il progetto che l’architetto Renzo Piano aveva firmato per la riqualificazione dei 1,4 milioni di metri quadrati dell’ex area Falck a Sesto San Giovanni, che realizzato sarebbe stato il recupero dell’area industriale più grande d’Europa.

In tutta Italia le amministrazioni locali sono molto sensibili sul tema della rigenerazione delle aree industriali, la finalità è quella di assorbire e mettere in pratica nell’ambito urbanistico una nuova cultura della sostenibilità. Dal Lingotto, “La” fabbrica per eccellenza italiana, quella della Fiat, diventato un centro polifunzionale per l’intrattenimento e la cultura, all’ex manifattura laniera Trombetta di Biella trasformata nella sede di una Onlus dall’artista Michelangelo Pistoletto; dall’ex panificio comunale divenuto il Mambo, il Museo d’arte moderna di Bologna, alla conversione dell’ex Mattatoio romano in Facoltà di Architettura e nel Museo d’arte contemporanea di Roma, senza dimenticare il prodigioso progetto di recupero delle acciaierie e dello stabilimento chimico Siri di Terni, quello della Città della scienza nel quartiere Bagnoli a Napoli e lo Zac, la Zona di arti contemporanee inserite all’interni delle officine Ducrot a Palermo. L’impulso è quello di ricostruire brandelli di città, di restituire un’identità e l’integrazione con i tessuti circostanti a interi quartieri, nonché alle zone fluviali, pensando – in ordine alla sostenibilità economica e al copartenariato tra pubblico e privato – di restituire alla città, al territorio e alla comunità un legame che con il boom economico del Novecento si era perso.

 

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