Da Ansaldo al Mudec, un museo per riqualificare Milano

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Architettura, Sostenibilità, Urbanistica

Negli ultimi decenni, gran parte dei paesi, che durante il secondo dopoguerra avevano concentrato l’attività economica sulla produzione industriale, hanno assistito a un processo di delocalizzazione produttiva verso aree più strategiche dal punto di vista dei trasporti o in quelle nazioni in cui la manodopera e le materie prime sono meno onerose. Sul piano urbanistico, questi fenomeni si sono tradotti nell’abbandono di vaste aree industriali, per lo più ubicate in zone urbane o suburbane, e nello svuotamento di alcune parti della città, spesso si è parlato di “urban sprawl” e di città diffusa. Per questo motivo, in tutte le città industrializzate – in cui il progressivo abbandono delle attività industriali ha comportato alla formazione dei cosiddetti “terrain vague”, aree vuote, desolate, private di un’identità e di una funzione – la questione della riqualificazione delle ex aree produttive ha sollevato un certo interesse, per i riflessi di carattere socio-economico e per le ineludibili opportunità per lo sviluppo urbano sostenibile.

In Italia, il tema del recupero del tessuto insediativo e del patrimonio edilizio industriale costituisce buona parte delle strategie per il miglioramento della qualità della vita, per ricucire la maglia urbana e un legame con al storia della città, oltre a essere una delle azioni più incisive per la riduzione del consumo di suolo e per il raggiungere l’obiettivo dell’Unione Europea di abbattere del 20 per cento il consumo di energia entro il 2020. Non a caso, esiste l’AIPAI, l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, nata per promuovere e diffondere la consapevolezza del valore storico e culturale del patrimonio archeologico industriale del nostro paese.

Uno degli esempi tra i più chiarificanti è quello proposto dalla riqualificazione dell’ex fabbrica Ansaldo, in zona Tortona, a Milano, un progetto firmato dall’architetto britannico David Chipperfield. L’ex comparto industriale, sorto nel 1904 che negli anni ’60 ha ospitato gli impianti per la produzione specializzata di locomotive e carrozze ferroviarie, già in stato di degrado nell’ultimo decennio del Novecento, fu acquistato dal Comune di Milano con lo scopo di convertire i locali produttivi in luoghi adibiti alle attività culturali promosse dal Mudec, il Museo delle Culture, il primo museo italiano a gestione pubblica e privata. Nel 1999, con il progetto realizzato da Chipeprfield, gli impianti dismessi, dei veri e propri monumenti di archeologia industriale, sono stati trasformati in laboratori e spazi ricreativi e multifunzionali, in cui hanno sede le raccolte civiche etnografiche, a testimonianza delle diverse culture di tutti i continenti. Lo studio di architettura londinese ha preservato le strutture originali, reinterpretandone i locali interni, con il fine di rispondere alle proposte culturali offerte dalla città. Gli edifici dalle forme fortemente squadrate, rivestiti in zinco-titano e vetro, abbandonano i caratteri monumentali dell’architettura di Milano di inizio Novecento a favore di una composizione leggera, generata dall’aggregazione le strutture industriali preesistenti che però non tradisce l’ispirazione alla cultura architettonica lombarda. Il richiamo al gusto milanese si trova nella posa in opera di facciate stilisticamente anonime, dei volumi caratterizzati dalla serialità e dalla monocromia che contengono spazi e cortili interni differentemente articolati. Con lo sguardo rivolto da una parte alle preesistenze, dall’altra allo stile architettonico di Milano David Chipperfiled elabora una struttura fluida, organica, che si apre all’interno con una corte coperta, lasciano all’esterno gli elementi strutturali. Il Museo delle Culture è un edificio fortemente introspettivo, in cui il rapporto tra interno ed esterno è invertito, puntando sulla comunicazione di un contrasto percettivo tra linee rette e curve.

Nonostante le polemiche, hanno accompagnato la costruzione del Mudec, alla luce delle problematiche relative al consumo di suolo, bisogna prendere atto che il Museo delle Culture di Milano rappresenta uno dei modelli portati a compimento di buona gestione del patrimonio locale e di rispetto del territorio.

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