Legambiente: “ecco, le condizioni del nostro mare”

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Ambiente e clima, Sostenibilità

Il mare. L’oceano. L’acqua. Il mondo e tutti gli esseri viventi che popolano il pianeta Terra dipendono da essi. Dall’equilibrio biochimico e dalle risorse generate dalle acque che coprono i nostro pianeta nasce il più ancestrale meccanismo biologico: la vita.

Il mare è nostro il più prezioso e straordinario patrimonio, ambientale, storico e culturale. Un patrimonio minacciato dallo stesso “figlio”, l’uomo, che a esso dovrebbe essergli più riconoscente. “L’uomo è l’unico animale che consuma senza produrre” scrive George Orwell nella sua celebre “Animal Factory”, La fattoria degli animali, e come è possibile scostarsi da questa definizione sapendo che l’uomo mette a rischio una delle più importanti fonti di vita sulla Terra cementificando selvaggiamente il territorio, trivellando i fondali marini, permettendo la pesca illegale, scaricando rifiuti, spesso idrocarburi o materiali tossici, in acque che non vengono depurate?

Le pratiche umane e le politiche distratte e poco lungimiranti dei governi nazionali sono la causa principale del deterioramento degli ambienti naturali, soprattutto di quelli marini.

La condizione e il pericolo in cui versano i mari e gli oceani del nostro pianeta costituiranno il tema delle discussioni che, dal 5 al 9 giugno 2017, avvieranno a New York la Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani, in concomitanza delle celebrazioni per la Giornata mondiale degli oceani. La conferenza internazionale di giugno si pone l’obiettivo di tracciare le linee guida per lo sviluppo sostenibile degli ambienti marini, per la loro conservazione e per l’uso consapevole delle risorse da essi scaturite. Vista l’importanza di questa riunione, il 15 e 16 febbraio si è tenuto, sempre a New York, un incontro preparatorio, in cui i delegati dell’Onu hanno incontrato tutti gli attori coinvolti nella realizzazione di piani di sviluppo e tutela dei mari. Insieme alla comunità scientifica, alle istituzioni accademiche, alle ong, agli enti nazionali e internazionali per la salvaguardia della biodiversità marina è stata presente anche Legambiente, presentando i risultati dei diversi studi promossi in Italia negli ultimi anni.

Come si evince dai dati raccolti durante l’ultima campagna di Legambiente, Goletta Verde 2016, la situazione dei mari italiani non è meno drammatica di quella globale. Le coste e gli ecosistemi marini della nostra penisola risentono della minaccia delle azioni distruttive e illegali praticate dall’uomo, degli effetti dei cambiamenti climatici, ma soprattutto della disinformazione dei cittadini. Su 265 stazioni di monitoraggio lungo tutta la costa italiana il 52% sono inquinate o fortemente inquinate, di queste l’88 è in corrispondenza di canali, o scarichi, foci di fiumi o fossi; più della metà di queste criticità sono in prossimità di spiagge e stabilimenti balneari in cui, per il 74%, non viene segnalato il divieto di balneazione.

Durante l’incontro dello scorso febbraio, forte di questi risultati e consapevole dell’importanza di mantenere o ristabilire l’equilibrio chimico delle acque, Legambiente ha avanzato due punti fondamentali per le strategie rivolte allo sviluppo della sostenibilità marina. Per il cigno verde è fondamentale riconoscere il ruolo dei semplici cittadini, la cui partecipazione è prerogativa essenziale per la cosiddetta “citizen science”, le attività di monitoraggio svolte da volontari, in buona parte dedicate alla raccolta dei dati, ma soprattutto alle attività di sensibilizzazione e diffusione di pratiche decisive contro il degrado ambientale. In secondo luogo Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, ha evidenziato l’urgenza di politiche nazionali e internazionali per contrastare il gravissimo fenomeno del “marine litter”, dello scarico del rifiuti in mare, un problema reso ancora più complesso lungo le coste morfologicamente chiuse o altamente antropizzate. Su questo fenomeno i dati di Legambiente sono molto esaustivi e precisi: sui mari italiani galleggiano 9 rifiuti su 10 di origine plastica, tra questi il 16% sono buste; il 10 sono teli; il 3% è polistirolo, come pure bottiglie e tappi, il 2% sono assorbenti igienici e stoviglie. Rifiuti dovuti per il 29% dall’abbandono consapevole, oltre che alla cattiva gestione dei rifiuti urbani (l’83% è dovuto ai contenitori usa e getta) e reflui civili, per il 20% alle attività produttive, di cui si deve solo alla pesca il 46%.

Inoltre, grazie a una collaborazione tra Legambiente ed Enea, è stata condotta un’indagine sulle matrici polimeriche dei rifiuti rinvenuti in mare e lungo le spiagge, concludendo che una frazione tra l’85 e il 94% delle plastiche raccolte è impiegabile nella filiera del riciclo. I polimeri termoplastici, ovvero quelli che se riscaldati possono essere rimodellati, quindi reimpiegati nel sistema produttivo, rendono assolutamente possibile la trasformazione, per esempio, di tutti i contenitori, buste e flaconi, incrementando altresì il mercato e la produzione di manufatti derivati da un’economia a basso impatto ambientale.

Le proprietà fisiche dei materiali rivenuti in mare, quindi la possibilità che questi vengano destinati a una seconda vita, costituiscono un punto di partenza dal quale attivare una serie di interventi contenitivi di un fenomeno che sta assumendo proporzioni preoccupanti, e allo stesso tempo un magro conforto all’estensione del problema dell’inquinamento. Le cause dei rifiuti dispersi in mare vanno ricercate e affrontate a monte, nelle città, nelle fabbriche e nelle case dei cittadini, sviluppando la consapevolezza sociale e civile di persone che troppo spesso dimenticano di essere parte di una comunità.

Per questo, ben vengano tutte le soluzioni mirate a risolvere un problema che – come quello delle isole di plastica che galleggiano per centinaia di milioni di chilometri quadrati sulle acque dell’oceano Pacifico – determina un lento e irreversibile danno a scapito della biodiversità marina, senza dimenticare che l’azione più d’impatto e risolutiva è l’informazione: la comunicazione ai cittadini di quali sono le conseguenze dell’inquinamento sulla loro vita quotidiana e sulla salute. Il flacone finito di crema solare lasciato sulla spiaggia dopo una gita al mare, le buste di plastica abbandonate perché non si è prossimi a un cestino, ma anche lo smaltimento degli assorbenti igienici nei WC e quello dell’olio per friggere colato nel lavandino sono azioni che vediamo compiere tutti i giorni, che hanno un impatto disastroso sull’ambiente marino. La realtà vede le buste di plastica uccidere gli animali che le scambiano per il proprio nutrimento, mentre i residui oleosi e i rifiuti emessi dall’uomo alterano il pH delle acque intaccandone le proprietà essenziali per i microrganismi alla base della catena alimentare, una catena di cui fa parte anche l’uomo.

I vertici mondiali possono indire Giornate mondiali, riunirsi e promulgare leggi, possono attuare interventi a tutela dell’ambiente, ma se il primo passo verrà sempre dalle decisioni di pochi e non dalla consapevolezza di molti la nostra società non avrà mai la forza e l’unità per affrontare problematiche come l’inquinamento degli oceani.

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