Ricordando Zaha Hadid. Museo Betile di Cagliari

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Architettura

Lasciandomi alle spalle la calura estiva e il sapore del viaggio, tornando a casa, tra i miei libri e i piccoli momenti che amo della quotidianità ho trovato la cartella stampa che mi fu spedita nel lontano 2006 quando Zaha Hadid vinse il concorso per il progetto del Museo Betile di Cagliari. Mossa da un momento di commozione per la scomparsa di un architetto, di una donna architetto, che nel periodo della mia formazione e non solo ha segnato una parte fondamentale della mia crescita come professionista ho deciso di “buttare su tastiera” (scrivere su carta sarebbe stato poco credibile) alcune mie riflessioni.

Pazientate e leggete.

Quasi in tutti i mari caldi, in acque poco profonde e ricche di plancton vivono numerosissime colonie coralline. La bellezza dello scheletro calcareo ramificato di questo delicato animale (antozoo) da secoli suscita particolare interesse per orafi e vezzose signore, ma dal 2006 è stato eletto a vero protagonista solleticando la creatività dell’archistar Zaha Hadid.

Vincitrice del concorso ideato dall’Assessorato regionale ai Beni Culturali, l’architetto anglo-irachena, purtroppo scomparsa di recente, pose sotto una nuova luce l’immagine della concrezione corallina. Come queste colonie popolano gli scogli anche di alcuni mari italiani, il Museo Mediterraneo di Arti Nuragiche e Contemporanee di Cagliari nell’immaginario della celeberrima architetto sarebbe dovuto nascere dalle acque del mare per ergersi a spettacolare ingresso marittimo del capoluogo sardo. Alla stregua del corallo, il museo appare, ahimè sono nei render elaborati dallo studio Zaha Hadid Architects di Londra, poroso, scultoreo e non rosso o rosa, bensì di un bianco accecante che in un eccezionale gioco d’ombre palesa la successione interna dei vuoti.

Un concorso vinto da Hadid nel 2006, mai portato alla fase esecutiva e che, probabilmente, non vedrà mai la luce. Il progetto per il Museo Betile di Cagliari sarebbe dovuto sorgere a ridosso della costa, apparendo eroso dal fluire delle onde e corroso dalla salsedine che ne determina – su carta – la spettacolare forma. Nel progetto, due gusci che, uno dentro l’altro, danno vita agli spazi dedicati alla conservazione delle opere di arte nuragica. La pelle più esterna in pannelli di GRC protegge quella interna più versatile, per garantire la multifunzionalità degli spazi definiti da percorsi che, come firma di Hadid, si intercettano e intersecano scanditi da elementi verticali, obliqui, sospesi o vetrati. Solo il percorso commerciale attraversa tutti gli spazi interni del museo, in perfetta continuità con la passeggiata del lungomare esterna all’edificio.

Anche qui come nel MAXXI di Roma, nella stazione dei pompieri di Vitra e nel Museo di Arte Contemporanea di Cincinnati, Zaha Hadid si impose come la regina del panorama architettonico internazionale. L’eleganza e la sublime perfezione dei suoi edifici collimano perfettamente con l’attenta e sofisticata analisi delle caratteristiche del sito. Il suo progetto, che sarebbe dovuto rientrare nel programma di riqualificazione del quartiere Sant’Elia, è concepito come un nodo di scambio tra le diverse culture: quella sarda, fortemente radicata sul proprio territorio, con uno scenario internazionale. La riscoperta nel patrimonio artistico e culturale dell’antichissima civiltà nuragica avviene in completa osmosi con il paesaggio circostante, costituendo un water front articolato e allo stesso tempo naturale. Non a caso i percorsi interni al Museo Betile rispettano la geometria degli spazi esterni e si diramino esattamente come un organismo corallino.

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