La tradizione agricola, il futuro della terra

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Agricoltura, Sostenibilità

Il sistema di produzione agricola moderna occupa il terzo posto nella classifica delle pratiche umane con l’impatto più forte sull’ambiente e sul territorio.
Il suolo infatti assorbe le tutte sostanze dannose emesse durante la filiera produttiva che, dalla produzione agroalimentare al trasporto delle merci, dall’uso di macchinari agricoli troppo invasivi all’impronta ecologica delle sostanze chimiche sparse sul territorio (concimi, pesticidi, insetticidi, fungicidi) durante la coltivazione, costituisce la fonte principale delle emissioni di gas serra.
A tutto questo si aggiunge la sconsiderata, violenta, irrazionale coltivazione di monocolture. Le sterminate coltivazioni di mais, soia, colza, grano che inondano il nostro pianeta violentando il suolo privano la terra della vita che contiene e della ricchezza della biodiversità naturale.

A questo proposito, nel tentativo di suggerire una pratica alternativa dimostrandone le potenzialità per affrontare gli effetti delle pratiche umane, un centro di ricerca canadese ha recentemente pubblicato uno studio sulle specie di grano in grado di ristabilite l’equilibrio biochimico naturale della terra, compensando i gas emessi dal processo dello sviluppo della società umana. Yantai Gan, autore di questa ricerca e ricercatore presso Semiarid Prairie Agricultural Research Center del Canada, afferma che concimare la terra dopo il raccolto con gli scarti, le radici e gli steli, non utilizzabili a fini commerciali, permette di compensare le emissioni dovute alle pratiche agricole. Questa pratica, a dire il vero antichissima, può ridurre l’impatto sul clima, massimizzando il trattenimento di carbonio nel suolo e limitando la necessità di spargere sugli appezzamenti concimi chimici.

Dopo 25 anni di sperimentazione, i risultati ottenuti dalla sperimentazione di quattro metodologie differenti di rotazione (una con triennio di maggese-grano-grano, un’altra di maggese-lino-grano, una biennale di grano e lenticchie e una piantagione continua di grano) hanno prodotto dati sufficienti per le misurazioni degli scienziati rispetto al rapporto tra la produzione di grano, al quantitativo di carbonio rilasciato nel suolo e a quello di gas sera emesso nell’atmosfera.
La ricerca canadese non ha detto nulla che i nostri antenati non conoscessero già nel X millennio avanti Cristo, durante la cosiddetta rivoluzione neolitica, quando stanziandosi in un luogo – diventando da cacciatori ad agricoltori, da nomadi a sedentari – hanno compreso l’importanza del fermo della terra per la propria sussistenza e per quella della comunità.
Il fermo della terra è una pratica comune nell’agricoltura tradizionale, ciò permette al terreno di trattenere l’acqua e far crescere la biodiversità e i nutrienti necessari per la coltivazione successiva. Chiedere continuativamente al suolo di produrre sempre maggiori quantità di cibo richiede sempre più carbonio che il suolo, costantemente sotto sforzo, non possiede più, ecco che l’agricoltore contemporaneo interviene con i fertilizzanti e i concimi che non vengono più prodotti nelle celle di compostaggio, ma nelle industrie chimiche.

Ma non è necessario inquinare il mondo, danneggiare la nostra salute e quella delle generazioni future con pericolosi stimolanti del suolo, la pianta della lenticchia, per esempio, assorbe l’azoto atmosferico e lo rilascia nel terreno. Continuando a parlare della lenticchia, i campi coltivati studiati durante il processo di rinaturalizzazione e bonifica con questi legumi necessitato del 30 per cento in meno di fertilizzanti nella coltivazione successiva e nella anno di produzione di grano ne hanno prodotto un quantitativo maggiore di quanto non sarebbe stato senza aver coltivato lenticchie negli anni precedenti.

Ancora niente di nuovo, la pratica della copertura del terreno con le lenticchie è comune nelle aziende biologiche per il rifornimento del suolo di azoto.

Questo, da una parte fa ben sperare per le aree semi aride della Cina, dell’India, del Sud America, inaridite, rese sterili dalle pratiche umane, non dalla natura; dall’altra lascia un enorme senso di amarezza. In prima battuta perché nessuno studio ha dimostrato che il carbonio possa essere trattenuto a lungo termine, in seconda battuta perché é sempre più chiaro che l’inaridimento della terra é dovuto all’uomo, alla “fame” delle multinazionali. In questo l’evoluzione non ha dato ragione all’uomo contemporaneo e la società del futuro pagherà le conseguenze di queste scelte se in fretta e nel modo più diffuso possibile non si attuerà una repentina inversione di rotta.

Oggi, in Italia, sono numerose le aziende che lavorano nei campi affinché la loro produzione sia sostenibile e sana. Spesso non sono neanche quelle aziende che si fregiano del bollino di produzione biologica, ma sono quei contadini, quelle piccole realtà, che ogni giorno amano la propria terra e vedono nel passato una speranza per il futuro.

© thegreenpages/Flickr
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