Land grabbing: il mercato della terra

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Agricoltura, Sostenibilità, Urbanistica

La crisi finanziaria, energetica e alimentare degli ultimi anni ha acceso l’interesse degli investitori su una delle risorse più preziose del nostro pianeta: la terra.

A partire dal 2008, l’interesse dei paesi ricchi si è rivolto alla tutela della propria sicurezza alimentare ed energetica spingendo i governi nazionali ad investire capitali in vaste aree nel sud del mondo. Di fatto la corsa all’accaparramento della terra è una minaccia per l’ambiente e per il sistema socio-economico dei paesi coinvolti.

Stando all’ultimo report Land Matrix (il sistema di monitoraggio proposto da International Land Coalition) il land grabbing è un fenomeno crescente. Nonostante l’incompletezza dei dati e la scarsa trasparenza delle operazioni, il 62 % delle 953 acquisizioni concluse occupano una superficie agricola di 35,9 milioni di ettari (febbraio 2014), il 10 per cento in più rispetto ai dati rilevati nel giugno 2013. La crescita continua del prezzo delle commodities (i prodotti come lo zucchero e il caffè il cui prezzo è determinato dal mercato) è una delle cause della diffusione del land grabbing come la forma più vantaggiosa di profitto per le industrie agroalimentari, i governi e le multinazionali. Questi investitori, infatti, per reagire agli stimoli del mercato o come forma di tutela della sicurezza alimentare, acquisiscono a basso costo territori arabili considerati sotto utilizzati, sostituendo il modello di produzione intensiva industriale alla pratica dell’agricoltura di sussistenza.

In testa alla top 10 dei paesi più esposti all’accaparramento di terra ci sono i paesi asiatici (Papua Nuova Guinea e Indonesia), seguiti da quelli africani (Sudan, Congo e Mozambico) e del Sud America (Brasile). In questi Stati, i paesi ricchi investono per 7,5 milioni di ettari nella produzione agricola finalizzata al fabbisogno energetico, come nel caso delle coltivazioni di Jatropha in Etiopia e Senegal della Delta Petroil o alle piantagioni di palma da olio cinesi in Congo e Mali. Investimenti secondi solo a quelli dei paesi del Golfo, la Corea e il Giappone che hanno acquisito 9,6 milioni di ettari di terre per l’approvvigionamento di prodotti alimentari (soprattutto cereali). Gli Stati grandi produttori di petrolio sono dipendenti dell’estero soprattutto per quanto riguarda l’acqua e il grano. Non è un caso che gli investimenti, ad esempio dell’Arabia Saudita, si concentrino su superfici agricole del Sudan, Etiopia e Mali lungo i bacini idrici del fiume Nilo e del Niger.

Le conseguenze del land grabbing sono soprattutto di natura socio-economia. La cessione dei terreni da parte dei governi, infatti, è spesso tenuta nascosta e non indennizzata, il lavoro della terra e l’accesso alle risorse come l’acqua vengono sottratte alle comunità locali, rimanendo recintate e in attesa dell’attivazione del processo produttivo. Le prospettive di sicurezza alimentare e occupazionale sono appannaggio dei paesi ricchi, incrementando la disoccupazione nei paesi in via di sviluppo. Per non parlare del danno ambientale inflitto dalla produzione agricola in monocolture e dal consumo di suolo agricolo destinato alle nuove infrastrutture e impianti di distribuzione.

Un barlume di speranza inizia a intravedersi. Il blocco dell’acquisizione per 99 anni di 1,3 milioni di ettari in cambio della costruzione di un porto commerciale in Madagascar da parte della Daewoo Logistics e le politiche difensive di contenimento dell’accaparramento di terra in Brasile e dell’Argentina sono forse la prima vera presa di posizione dei governi a favore dei paesi nel mirino degli investitori.

©fotosnipper/Flickr
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