Vertical farm

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Agricoltura, Sostenibilità

Nel 2050 i centri urbani saranno abitati dall’80 per cento della popolazione mondiale. La domanda di cibo per il fabbisogno di 9 miliardi di individui non potrà essere sostenuta se le città continueranno a crescere. Ridefinire il rapporto tra urbanità e attività agricola è la soluzione per nutrire il nostro pianeta.

Nel libro The Vertical Farm pubblicato nel 2011 dal Professore Dickson Despommier della Columbia University di New York viene introdotto il concetto di coltivazione verticale. Le cosiddette vertical farm sono dei centri di autoproduzione alimentare che all’interno dei centri urbani innescano un meccanismo di sviluppo socio economico vantaggioso per le amministrazioni locali e per i consumatori. A Chicago è attivo The Plant, un ex mattatoio per lavorazione delle carni suine convertito in un polo produttivo con progetti didattici per l’educazione alimentare e gestito dall’impegno dei giovani che producono e vendono cibo biologico di qualità.

Risparmio, riciclo, riuso sono le parole chiave. Sia per le serre urbane costruite ex novo sia per quelle inserite in un programma di riqualificazione, gli impianti sono completamente autonomi dal punto di vista energetico. Il funzionamento della struttura e l’illuminazione LED necessaria per la crescita delle piante avviene esclusivamente tramite energia solare. Mentre la scelta di produrre cibo in colture ipodroniche, impiantate su blocchetti di materiale inerte (argilla espansa, perlite), permette un risparmio di oltre il 90 per cento di acqua. Il cibo prodotto in un’atmosfera controllata, senza l’uso di pesticidi, viene messo sul mercato rigorosamente entro 24 ore dal raccolto, e gli scarti usati per la produzione di concimi naturali. L’innovazione tecnologica e la ricercatezza nella costruzione di questi templi del cibo, in alcuni casi, sono riusciti a scardinare lo scetticismo dell’opinione pubblica affezionata alla produzione agroalimentare tradizionale.

Se da un lato la diffusione del vertical farming è un’eloquente risposta alla malnutrizione, dall’altro i costi elevatissimi di una struttura così tecnologicamente avanzata non sono sostenibili dai governi dei paesi più poveri, mettendone quindi in dubbio l’efficienza per contrastare la fame nel mondo. Oltre al fatto che il successo del prototipo milanese Skyland di Enea per Expo 2015, lo verticale fame di Linkoping (Svezia) di Plantagon Greenhouse e lo Sky Greens di Singapore è dovuto anche all’ambiente culturale, in cui il consumatore è indotto ad accettare questa come una soluzione alla necessità di riscoprire il rapporto tra il settore produttivo e la realtà urbana.

L’interesse verso la coltivazione verticale porta a un fenomeno interessante dal punto di vista della progettazione urbana: la produzione agroalimentare torna all’interno del disegno urbanistico rigenerando la consolidata simbiosi tra città e campagna. Per questo il consumatore è più attendo alla provenienza del prodotto alimentare ed è più portato ad esprimere giudizi sul gusto e sulla qualità, oltre a sviluppare il senso di scelta socialmente sostenibile. Lo zoo di Paignton in Inghilterra è uno dei casi in cui la sensibilità a questi temi ha portato alla costruzione di una vertical farm per il nutrimento degli animali del parco.

Il cibo prodotto nelle vertical farm è più appetibile e prodotto in ambienti controllati senza agenti contaminanti dannosi per l’uomo e per l’ambiente, la conferma da parte dei nutrizionisti sull’apporto energetico di questi alimenti darà forse il via a una rivoluzione produttiva che se non risolva quanto meno contenga l’incertezza alimentare che sta affliggendo la società di questo secolo.

© ubcgrs/Flickr

 

 

 

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