Pillole di Architettura. Il Bauhaus

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Architettura

Arte e Architettura. Arte e industria. Arte e vita quotidiana. Una parola: Bauhaus. La scuola che ha gettato le radici del moderno concepire lo spazio e il design nasce a ridosso della fine del primo conflitto mondiale, nel 1919, a Weimar, con il preciso desiderio del suo fondatore, l’architetto Walter Gropius, di fondere i dettami del Deutscher Werkbund di Hanry Van de Velde e i principi di unione di tutte le discipline in un’Arte del costruire, dettati nel 1918 da Bruno Taut.

Walter Gropius abbandona il tradizionale insegnamento stoicista dell’ambiente accademico e la metodologia artigianale a favore di una profonda fusione tra la scuola delle Arti Applicate e quella dell’Accademia d’Arte. In parole povere, il Bauhaus si distacca dai temi ormai inadeguati dell’espressionismo in due modi: il primo, mitigando la lontananza tra l’arte e l’artigianato; il secondo, sviluppando la questione della produzione industriale nei suoi aspetti espressivi e sociali (siamo agli albori della produzione di massiva) quindi, nella realizzazione di un prodotto che “parli” un linguaggio comune, possibile solo attraverso il fare artistico come conseguenza dello studio delle tecnologie e dei fabbisogni umani.

Per questo motivo insieme alla composizione e della rappresentazione, la scuola del Bauhaus imponeva ai suoi studenti la totale conoscenza dei materiali e dei processi di lavorazione, per arrivare al momento ultimo, l’Architettura, intesa come luogo di unità tra la struttura e la decorazione.

Adesso ci vuole una piccola curiosità. Nei 42 mesi di permanenza presso la scuola del Bauhaus gli studenti non assistevano a lezioni di storia. Oggi molti studenti desidererebbero un corso di studi simile e sicuramente dal Bauhaus non rimarrebbero delusi. A Weimar la storia era a dir poco bandita: tutto doveva essere creato come fosse la prima volta, senza archetipi, senza precedenti. In questo momento, in questi laboratori, diretti da un maestro artista e da un maestro artigiano, assistiamo alla nascita del Design: sintesi finale del connubio Arte e Tecnologia.

Innovativa, d’avanguardia, creativa questo era la scuola del Bauhaus, e per questo presto suscitò l’ostilità della borghesia di Weimar e degli ambienti accademici. Accusata di bolscevismo nel 1925 la scuola viene trasferita a Dessau, in uno degli edifici manifesto della cultura razionalista. Spettacolare, in cemento armato e vetro, la nuova scuola, firmata da Gropius e da alcuni docenti e studenti della scuola stessa, è perfettamente coerente con il clima di cambiamento che andava imponendosi nello scenario culturale architettonico europeo, diventando il riferimento e il centro propulsore del razionalismo e del funzionalismo.

Il gruppo olandese “De Still” viene ripreso dal nuovo Bauhaus nella riduzione del problema estetico a elementi puri e a rapporti fondamentali, mentre ormai si spegne l’attenzione all’artigianato privilegiando le tematiche urbane sociali. Sarà a Dessau, nel 1928, che Gropius passerà il testimone della direzione della scuola, anche se solo per due anni, allo svizzero Hannes Meyer, senza sapere che nel settembre 1932 il Bauhaus chiuderà ufficialmente per riaprire i battenti a Berlino con un altro nome, sotto la guida di Ludwig Mies Van Der Rohe, diventando una scuola più prettamente incentrata sulla composizione architettonica. Il “Libero istituto per l’insegnamento e la ricerca”, nei locali di una fabbrica di telefoni abbandonata in affitto, è l’ultima speranza di Mies van der Rohe. La fine di questo rivoluzionario e straordinario movimento è inesorabilmente vicina. Ridotto a una scuola privata, indebolito dalle pressioni nazionalsocialiste, il Bauhaus ha come unica forma di sostentamento la vendita dei prototipi realizzati dalla scuola.

Siamo nel 1933. I nazisti decretano la soppressione del Bauhaus. Nonostante questo, grazie agli emigranti, costretti a fuggire in America dalle leggi razziali, i dettami della scuola di Walter Gropius, di Ludwig Mies Van der Rohe, di Johannes Itten, di Wassilij Kandiwskij, di Moholy-Nagy, di Paul Klee, continua a sopravvivere, lasciando un segno indelebile che ancora si ritrova nelle contemporanee scuole di Industrial Design.

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