Pillole di Architettura. L’Opera House di Sydney.

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Architettura

“That is no doubt that the Sydney Opera House is his masterpiece. It is one of the great iconic building of the 20th century, an image of great beauty that has become known throughout the world – a symbol for not only a city, but a whole country and continent”( UNESCO).

Il vento e il mare mi spingono verso la baia di Sydney ed lentamente, accompagnata dal suono delle onde, fa capolino davanti a me una vera e propria icona del XX secolo: la Sydney Opera House. Una perla lucida sotto i riflessi del sole estivo, il Teatro dell’Opera di Sydney staglia tutta la sua bellezza sulla punta estrema di Bennelong Point, imponendosi tra le acque dell’oceano come una sfida vinta dall’architettura contro le forze dalla natura.

Gli scintillanti riflessi dell’oceano si insidiano tra le insenature della terra emersa e si confondono quasi con la luce riflessa dalle centinaia di mattonelle di ceramica che ricoprono il guscio esterno dell’Opera House di Sydney che, nata dalla penna dell’architetto danese Aalborg Jorn Utzon, viene riconosciuta come uno dei progetti più sconvolgenti per l’epoca in cui fu progettata, il 1957. Il progetto, che ricorda le forme del carapace di un crostaceo, ha preso vita dall’ispirazione di Utzon per “l’evanescenza delle nuvole” definendosi come “un’onda sul punto di infrangersi.”

Neanche una parola di più. Sotto il cielo di Sydeny, ricoperto di piastrelle bianche lucide e opache, brilla il sogno di un architetto, bloccato nell’esatto momento prima che scompaia.

La travolgente bellezza del progetto colpì immediatamente, ma la sua arditezza suscitò immediate polemiche sulla complessità (impossibilità per alcuni) dello schema strutturale, tanto che il New South Wales Government, poco dopo la vittoria del concorso da parte di Utzon, nominò un ingegnere consulente per le strutture, l’inglese Ove Arup.

Dopo anni di stasi, in cui l’opinione pubblica lanciò fuoco e fiamme contro il governo e che per giunta teneva ferma la costruzione dell’edificio al livello del podio, Utzon stesso decise di semplificare il progetto delle incalcolabili geometrie variabili delle sue conchiglie (per preservare il patrocinio del suo progetto?!), sviscerando la forma elementare del modello che sosteneva la sua idea e riducendo ai minimi termini il concetto di guscio. Utzon sviluppò una serie di coperture generate dall’elaborazione della geometria della sfera, rendendo possibile la fabbricazione degli elementi strutturali, riducendoli a semplici costole di calcestruzzo prefabbricato radianti dal culmine della volta, anch’essa di C.L.S.

È la sfera, quindi, la soluzione!

La Sydney Opera House non ha avuto dunque vita facile: fu costruita in tre lunghissimi stadi (ironicamente Peter Murray parlerà de “la saga dell’Opera House di Sydney”), di cui l’ultimo, riguardante gli interni, è ancora in via di conclusione; nonostante tutto nell’ottobre del 1973 fu proprio la Regina Elisabetta II ad inaugurare il complesso, tra il tripudio della folla accorsa per l’evento. Nel 2006 Utzon, poco prima di ritirarsi, ultimò un “Utzon-led project”, un progetto guida con l’intento di chiarire le sue intenzioni ai futuri addetti ai lavori e ai figli Jan e Kim, incaricati del lavoro di restauro e completamento dell’Opera, assicurando soprattutto l’incontaminazione del suo sofferto capolavoro.

© Ila Dam
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