Madrid, dove l’impensabile diventa realtà

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Architettura

Palme, felci, ninfee e banani mi accolgono appena arrivata a destinazione. Rane e uccellini colorati chiacchierano tra i tacchi frettolosi dei viandanti, alle mie spalle gli altoparlanti annunciano i prossimi arrivi e partenze. Mi chiedo con stupore in quale meraviglioso paese tropicale sono arrivata, ma poi sento qualche clacson e il via vai dei taxi per farmi realizzare che sono a Madrid, alla stazione di Atocha.

Da qui inizia il mio viaggio nella capitale spagnola.

Costruita sotto l’egida di Alberto de Palacio Elissagne e Gustave Eiffel, la stazione di Atocha, mantiene ancora il gusto tardo ottocentesco nelle massicce murature in mattoni di cotto come nel tetto in stile Art Nouveau, leggero, flessibile, trasparente.

Assaporando e riscoprendo l’animo antico di questo edificio, tristemente noto per l’attentato dell’11 marzo 2004 rivendicato da Al Qaeda, mi perdo tra le più di 500 specie di piante e i numerosi esemplari di rettili, anfibi e uccelli. Una natura che, con un pizzico di narcisismo, quasi si mette in posa davanti ai turisti e ai viaggiatori, godendo dei flebili raggi del sole trapelato e dell’aria umidificata dai nebulizzatori.

Non ci sono recinzioni, non ci troviamo nel settore tropicale di qualche triste zoo, ma nel bel mezzo di una stazione ferroviaria che dal 1992 ha preso la veste di oasi naturale per omaggiare la natura proprio li dove, quasi per paradosso, la tecnologia e le macchine vorrebbero negarla. La serra tropicale della stazione madrilena è un simbolo dello sviluppo sostenibile e del rispetto dell’ambiente: un’isola felice e se vogliamo incontaminata, in cui sotto il fitto bosco e le azalee fiorite regna sovrana la Natura.

©antonello.tommy/Flickr
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