A proposito di agricoltura, città e cibo.

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Agricoltura

Qualche giorno fa ho avuto modo di confrontarmi con una persona la quale, saltellando da un argomento all’altro, è approdata sul tema “agricoltura”. Pressoché in silenzio ho ascoltato, lo ammetto, basita, tutte le parole che, senza troppa coerenza, mi venivano vomitate contro, o meglio venivano vomitate contro le persone (come me) che sostengono l’agricoltura tradizionale, che rispettano gli animali e l’ambiente seguendo una dieta vegetariana e che nel loro balcone coltivano un orto domestico.

Sarebbe sciocco e controproducente fare proselitismi sul mio stile di vita, ma non posso esimermi dal dare qualche spiegazione o affermare la mia opinione. 

Da vari anni mi occupo di cibo e di come “nutrire la città”. Oggi dire la parola “nutrire” in pubblico sembra quasi un’ingiuria, probabilmente per via dello slogan “nutrire il pianeta, energia per la vita” della non troppo apprezzata Esposizione Universale di Milano. Eppure le questioni dell’alimentazione dei territori urbanizzati, del consumo di suolo, della decementificazione esistono da molto tempo prima di Expo 2015, da prima che diventasse di moda parlare di cibo.

A tutte le ore del giorno, su tutti i canali, di tutte le televisioni, di tutti i paesi (quanto meno quelli sviluppati) di questo mondo c’è un’elegante signorina o un distinto signorino che “spadellano” davanti alle telecamere. Lo spreco di cibo viene inculcato dai media (una lobotomizzazione globale a fini commerciali? credo proprio di si) a dei consumatori sempre meno informati ed educati, che soffrono sempre di più di malattie legate all’alimentazione. Ma è possibile che anche la fame nel mondo e la sicurezza alimentare debbano essere sotto lo scacco delle  mode? Sicuramente sono nelle mani delle multinazionali.

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia permette a decine di macchine di mietere un campo di grano attraverso un GPS, in cui si parla di OGM per sfamare il mondo, di multinazionali che strappano la terra ai contadini o alle foreste per piantare monoculture coltivate intensivamente. Stiamo distruggendo la nostra terra, siamo noi la causa delle nostre malattie. 

Capiamoci. Quando 12mila anni fa l’uomo ha tentato di stanziarsi in un luogo coltivando la terra, la natura non glielo ha permesso. L’umanità voleva piantare un solo tipo di piantagione (ecco il concetto di “monocolture”) trovandosi, qualche anno dopo costretta a spostarsi perché quella terra non dava più i suoi frutti. L’uomo era un agricoltore itinerante. Con l’introduzione della rotazione delle colture, la piantumazione ciclica di specie diverse, e la concimazione (ovviamente naturale, parliamo del IV millennio avanti Cristo) l’uomo ha potuto ottenere dal suolo il cibo necessario per la propria sussistenza nel tempo.

Con questo compromesso, “io ti curo e ti rispetto, tu mi nutri”, l’uomo e la terra hanno instaurato quel rapporto fondato sul rispetto e sul duro lavoro che fino all’alba della tecnologia e della chimica ha nutrito l’umanità e, cosa ancora più esaltante (sono pur sempre un’urbanista), ha permesso la nascita del capolavoro dell’uomo: la città.

Per 10mila anni le pratiche agricole sono state il mezzo di dialogo tra l’uomo e la natura. Davvero l’uomo del III millennio può dirsi tanto ingrato da voltare le spalle a dieci millenni di vita? Evidentemente si. Qualche riga sopra ho scritto “piantare monoculture coltivate intensivamente”. La semina di un solo tipo di pianta (mais, riso, soia, grano vanno per la maggiore) su ampi territori con pratiche intensive, ovvero chiedendo alla terra, attraverso lo spargimento di sostanze chimiche, una produttività che naturalmente non potrebbe dare, questi due fattori, “monocoltura” e “pratiche intensive”, impoveriscono la terra. Suoli aridi significano suoli privi vita, non solo quella dei microrganismi, degli insetti e degli animali uccisi dai diserbanti e dagli insetticidi, anche la nostra. Il cibo nutrito con concimi sintetici e agrofarmaci non è sano come non è sano il nostro regime alimentare e la nostra coscienza se non decidiamo di tornare, in fretta, alle pratiche agricole tradizionali.  

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