A Como con Terragni

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Architettura

“ […] In un mondo civilmente degradato, l’arte diviene l’unica àncora di salvezza. Anche il minimo dettaglio acquista un significato polemico, quasi uno strale contro l’imperante volgarità del monumentalismo ufficiale, una testimonianza di sdegno” (Bruno Zevi)

Como, 1932, viene posta la prima pietra della Casa del Fascio dell’Architetto Giuseppe Terragni.
Furono eretti molti edifici di questo tipo, ma sicuramente quello dell’architetto di Meda (Milano) è il più noto e l’unico a essere riconosciuto come simbolo dell’Architettura Razionalista italiana.

Tagli, squarci e bucature compongono le facciate, tutte diverse l’una dall’altra. E tutte violentemente chiaroscurate da elementi e forme che si contrappongono e sovrappongono nel gioco dei pieni e vuoti. Il volume occupa prepotentemente la scena formale. La Casa del Fascio appare così un cubo di pietra levigata, epurata da qualunque decorazione. I movimenti pittorici del Novecento ispirano il tono plastico dell’impianto, la cui eco si ritrova nell’asilo nido Sant’Elia di Como, nella Villa Bianca a Seveso (entrambe 1936-1937) e in Casa Giuliani-Frigerio a Como, uniche opere di Terragni che hanno visto la costruzione, insieme al complesso residenziale Novocomun (1927-1928).

Purtroppo si contano sulle dita di una mano le opere realizzate di Giuseppe Terragni. Non per poca competenza o scarsa bravura del progettista, bensì per sfortuna. Tesserato del Partito Nazionale Fascista, Terragni, non fu mai completamente affine alla realtà espressiva della cultura del regime, attirando l’ostracismo della più fervida critica ufficiale di indirizzo accademico-retorico.
Nella Casa del Fascio l’architetto si allontana momentaneamente dalla scomposizione figurativa e dall’astrattezza formale, di cui ha intriso i suoi ultimi progetti, in favore di un più apprezzato schema classico. La pianta quadrangolare regge il disegno dell’alzato tipicizzato dalla forte presenza di telai strutturali estradossati proporzionati ai canoni della sezione aurea, mentre le pareti giustapposte e l’articolazione ritmica delle zone di luce e d’ombra anelano a una riflessione sui temi puristi e alla logica funzionalista.

Se da un lato è consequenziale il richiamo a due dei cinque principi lecorbusieriani – la facciata uniforme e il tetto giardino – la matrice razionalista cade sul rifiuto del canone della “façade libre” (facciata libera) a favore dell’esaltazione della plasticità scultorea e della disomogeneità dei quattro fronti. La cruda violenza che l’architetto lombardo sfrutta per sviluppare gli incastri fra volumi (di influenza smaccatamente espressionista) è ben lontana dall’eleganza delle forme pure e dal linguaggio razionale di Le Corbusier. I tagli di luce raffinati e composti dell’architetto d’oltralpe, in Terragni diventano graffi feroci alla volumetria compatta dell’involucro il cui unico scopo è denunciare l’uso di travi e pilastri in cemento armato.

Nonostante le profonde critiche al suo operato, Terragni dimostra nella Casa del Fascio la sua grandezza. Terragni fonde Le Corbusier e Walter Gropius, funzionalismo e classicità, in quella che Zevi definirà: “una poetica manieristica di altissimo livello, atta ad astrarre un messaggio originale dalla contaminazione degli etimi”. Bruno Zevi commenta la Casa del Fascio, considerandola l’espressione più palese della “crisi materica” di cui fu colpito l’architetto. Nei volumi elementari, nella non corrispondenza formale tra interno ed esterno e nel rapporto aggressivo ed esasperato con l’ambiente, lo storico riconosce le tracce di una profonda conoscenza della storia dell’architettura incompresa e contraddetta dai dettami del regime fascista.

La delusione di non poter progettare seguendo la propria linea estetica è troppo forte per l’Architetto di Meda. Delusione che lo porterà nel 1939 a partire per il fronte russo, da quale poco dopo tornerà psicologicamente distrutto. A Como, nel 1943, a 39 anni, Giuseppe Terragni si spegne improvvisamente in una casa di cura, forse suicida.

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