Le città resilienti, come e perché

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Architettura

9 miliardi di persone popoleranno la terra nel 2050. Il 62,7 per cento di queste abiteranno in metropoli sempre più espanse. L’incremento demografico e la crescita urbana sproporzionata sono le principali cause del peggioramento delle condizioni ambientali. Gli effetti delle catastrofi che negli ultimi 20 anni si sono imbattute in tutto il mondo possono essere contenute trasformando le nostre città in città resilienti.

Le autorità locali sono sempre più sensibili alla prevenzione degli effetti distruttivi delle catastrofi dovute al cambiamento climatico. La distruzione, la povertà e l’insicurezza alimentare indotte dai disastri ambientali come il terremoto de L’Aquila nel 2009, l’uragano Sandy nel 2012, l’alluvione del Colorado nel 2013 e l’inondazione di Genova nel 2014 hanno convinto le amministrazioni ad agire, e a farlo in fretta. I costi economici e sociali per la ricostruzione dei nuclei urbani possono essere contenuti, se non abbattuti, pianificando lo sviluppo delle città in modo resiliente.

La cosiddetta città resiliente è un organismo urbano in grado di far fronte alle catastrofi adattandosi per fronteggiare gli scenari di crisi. Insieme alle smart city, i programmi di resilienza urbana costituiscono l’evoluzione della città. Una città 2.0 programmata in previsione dei danni economici, sociali e ambientali dovuti alle catastrofi naturali e all’impatto dell’uomo.

Iniziative come quella della Fondazione Rockefeller, con il programma 100 resilient cities, e delle Nazioni Unite, con la campagna Making cities resilient: my city is getting ready!, promuovono progetti finalizzati alla riduzione dei rischi negli insediamenti urbani attraverso un sostegno attivo alle governance locali, sensibilizzate alla pianificazione dello sviluppo sostenibile delle loro città. Agire in questo senso significa pensare a una pianificazione resiliente che vada a colpire il punto debole della realtà urbana locale. Per questo in molte città si interviene sull’arretratezza delle reti infrastrutturali, sul tema residenziale o delle aree verdi urbane.

Il successo della pianificazione resiliente in Brasile, Cuba e Cina sulla formazione di programmi di agricoltura urbana contro l’insicurezza alimentare hanno spinto le amministrazioni locali di moltissimi altri paesi ad aderire al progetto di città resiliente. Negli Stati nel nord Europa, in particolare in Svezia, sono state avviate delle procedure di collaborazione tra gli enti locali e i maggiori centri di ricerca. Il caso dello Stockholm resilience centre è quello più eclatante. Stoccolma, la capitale di uno dei paesi più ricchi al mondo, deve far fronte alla mancanza di abitazioni a basso costo, accessibili alle fasce più deboli, per questo ha attivato una rete di interventi che trasversalmente potessero migliorare e condizioni del sistema sociale e ambientale del paese.

Allo stesso modo, Bristol, la città con la crescita più rapida del Regno Unito, ha investito 2,7 miliardi di dollari in nuove tecnologie per le infrastrutture, soprattutto per i trasporti, i rifiuti e l’energia, mentre una campagna di sensibilizzazione incitava le imprese e i privati a rinnovare gli edifici e le abitazioni ormai troppo vecchie. Ma non solo i paesi ricchi hanno la possibilità di aderire a questo programma. A Dakar, in Senegal sono state attivati progetti di resilienza per la distribuzione dell’energia elettrica e dell’acqua. A Porto Alegre, in Brasile, i piani si sono concentrati sull’apparato residenziale e sulle baraccopoli, la cui crescita irregolare porta spesso a violente frane che spazzano via di interi quartieri abusivi.

I progetti proposti dalle varie amministrazioni sono di straordinaria portata ed estensione sul territorio e sebbene molte non siano ancora state attuate o terminate e comunque evidente il beneficio sociale ed economico che possono portare questi interventi nella città.

L’attenzione con cui le governance stanno agendo dimostra una duplice presa di coscienza: da una parte i governi locali sono pronti a finanziare interventi innovativi e di qualità nella progettazione degli insediamenti, dall’altra la consapevolezza delle organizzazioni internazionali a collaborare con tutte le amministrazione finalizzando lo sviluppo urbano sotto un’unica spinta verso il futuro delle città, quella della resilienza. Il caso di Roma è sicuramente quello più vicino a noi. L’amministrazione, infatti, ha deciso di investire il milione di dollari stanziato dalla Fondazione Rockefeller per avviare una proceduta partecipata (ente locale – cittadino) di tutela dei beni storici e culturali gravemente danneggiati dall’incuria e dai fattori ambientali.

I danni ambientali, i disastri dovuti al cambiamento climatico, sono la risposta agli anni di scarsa attenzione all’impatto dell’uomo sul nostro pianeta. Le pratiche edilizie irrispettose degli ecosistemi, la cementificazione sproporzionata (e spesso ingiustificata) e la dilagante urbanizzazione dei suoli hanno in parte irreversibilmente distrutto l’equilibrio tra l’uomo e la natura. Gli effetti sono evidenti. Pianificare un organismo urbano in maniera resiliente significa restaurare questo equilibrio con un’attenzione diversa, più sostenibile e più comunitaria. Le città hanno bisogno di sopravvivere ai danni inferti dall’uomo al pianeta e di poter garantire a un numero sempre maggiore di abitanti una qualità della vita sana. Per fare questo è necessario intervenire in modo puntuale sul fabbisogno di ogni singolo insediamento, focalizzando le risorse comuni in un sistema globale di sviluppo urbano.

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